Sabato scorso son stato al Museo Nazionale del Cinema di Torino, creato nel 2000 nella Mole Antonelliana con la stessa materia di cui son fatti i sogni. C'ero già stato in 3° sup., ma per questioni di tempo (la mattina andammo al Museo Egizio e una gita scolastica a Torino non è tale senza passarci, come ogni scolaresca elementare brianzola deve sottoporsi all'orrendo rito di visitare Crespi d'Adda) la visita fu parziale e dovevo togliermi un peso dalla coscienza.

Poche volte m'è sembrato d'arrivar così vicino all'essenza del Mito della Settima Arte, fra tutte la prima volta che vidi
Million Dollar Baby al cinema: la leggenda di Clint, film vecchio stile, voce fuori campo, i topòs di un'America rimasta alla Depressione tra pugilato, blues e tough guys, l'esser in una multi sala (Torri Bianche di Vimercate) quindi ricordare gli enormi cinematografi parigini o statunitensi che si vedon per l'appunto in film d'allora o d'ambientazione "vecchia". Nonostante le eterne polemiche su Hollywood, il Museo celebra molto il divismo hollywoodiano, aggiungendogli fascino ma non trascurando il cinema indipendente e/o europeo (poca Asia). Si parte dall'archeologia: effetti ottici, camere oscure, primi esperimenti, spesso inquientante (andavan di gran moda fantasmagorie, demoni, silhouttes d'ambigue processioni al chiaro di luna, quasi terrificante); si passa alla galleria delle professioni necessarie a realizzare film, narrante con cimeli, foto, frasi e spezzoni di film (son capitato nella nicchia sui costumi proprio quando proiettavan la scena di
Breakfast at Tiffany's in cui Audrey/Holly dopo essersi abbigliata furiosamente esce dal bagno e chiede a George Peppard "Come sto?" La vera domanda è CHE DIAMINE DI RISPOSTA S'ASPETTAVA?); tra i costumi esposti c'era quello di Peter O'Toole per
Lawrence d'Arabia (a proposito di David Lean: ieri sera su Rai1 eran allegri e han dato
Dottor Zivago: non l'ho ri-visto - quindi niente tifo morettiano sul finale - ma mi son addormentato col "Tema di Lara" in testa): par della mia misura, volevo prenderlo. Poi la galleria dei manifesti "storici". Tutto ciò in corridoi lungo il perimetro della Mole, ai piani bassi: al centro, una cavità di più d'80 metri le cui pareti son percorse fino a circa metà da una passerella in cima alla quale si posson far giochini divertenti come entrare in
Matrix o vedersi proiettati su vari televisori da più angolature. Ci son le ricostruzioni di salotti italiani di varie epoche: in quello anni '80 vinili di Duran Duran, Madonna, Nick Kamen... protesterò con la direzione per l'assenza dei dIRE sTRAITS. Alla base, una teca espone l'uovo di
Alien (ho quasi pianto); calpestando una bara (très jolie) s'arriva alla stanza "horror"; poi "musical"; dalla sagoma di Will Coyote intagliata in una porta rossa (scomoda, è a misura di bambino, solo uscendo ho scoperto che bastava spingere) s'entra nella stanza "cartoon"; il Caffè Torino ospita il neorealismo italiano (ilbalcone m'ha ricordato più l'Overlook Hotel) e tante altre cose carine. Bello, bello.
D'allora sulla mia scrivania campeggia:

(prima c'era
Taxi Driver che misi da 14-5enne esaltato e idiota che sbraitava aberranti stupidaggini nelle assemblee - ho pure beccato qualche sassata, ma almeno si parlava di politica a scuola e parlo dell'anno scolastico 2001-'02, non torno addirittura al '77; ora solo MTV, SMS, tvtb, 3msc, cicci-cì ciaccia-cià, dudu-dù dada-dà;
T.D. è un grandissimo film, ma mi ricordava quanto son stato stupido - utile come monito, però; e almeno posso dir d'aver fatto "politica attiva", e questo poster è comunque molto più bello)

La sera ho poi visto (a scrocco)
What's New Pussycat e nella mia sessuofobia (scusate l'outing) ho adorato ("per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare / quei programmi demenziali con tribune elettorali" nuovo concorso "Trova la citazione" - Isy ha vinto l'edizione precedente con
Industrial Disease, da
Love Over Gold, dIRE sTRAITS, 1982, musica e testo di Mark Knopfler e s'è beccata il lauto premio, trovando anche un mio errore) il film bollato dalla critica U.S.A. (ma apprezzato in Europa) come licenzioso e immorale. Era il 1965: un pastiche simile poteva aver successo solo allora. Nel '90 il meno riuscito
Zia Julia e la novela fu un fiasco; oggi un film bizzarro non avrebbe speranze, dev'esser tutto lineare (non oso pensare al destino che il delirante - ma razionale, quasi freddo nel suo prendersi sul serio -
Zardoz di Boorman avrebbe uscendo oggi anziché nel '74). E un cast così (Allen, Andress, Sellers parteciparon anche al primo
Casino Royale, la parodia non ufficiale di 007 con David Niven / James Bond e Orson Welles / LeChiffre) è difficile da trovare (grande l'apparizione di Richard Burton!). Clive Donner è regista pinteriano, ma non mi stupisce abbia messo mano a quest'opera così british-style. Le battute della sceneggiatura di Woody Allen son elaborate, ragionate ("Stai zitta quando urli con me!") ma tutto scivola nel delirio più totale: nella scena dell'albergo, quando son tutti preoccupati per l'arrivo della polizia notate Romy Schneider (sì, l'avete notata per tutto il film): non riesce a trattenere le risate. Grande Allen che cena in riva alla Senna per il compleanno e chiede a Peter Sellers che, avvolto nella bandiera norvegese, vuole dar fuoco al suo "bellissimo corpo", il sale; come O'Toole che rievocando le sue passate avventure si vede alle medie corteggiare un'insegnante con cappellino e pantaloni corti.
Il leit-motiv del suo personaggio è sempre stato il mio motto: "Se la luce mi colpisce in un certo modo son quasi bello" (ridicolo per un bellissimo come lui). Abituato a smaniare per i truci Michael Caine e Lee Marvin, sto ammirando sempre più quest'attore, ormai è un mio mito.
Selah!